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Alla ricerca di nuove specializzazioni

[ 06-01-2006 ]
Le trasformazioni tecnologiche e industriali in corso esercitano pressioni sulle specializzazioni tradizionali di molti paesi, tra cui l’Italia. Al tempo stesso, creano moltissimi nuovi mercati e industrie

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lavoce.info
La redazione de lavoce.info è attualmente costituita da 22 membri "stabili" e alcune decine di collaboratori. I membri della redazione in aspettativa per incarichi nel governo scrivono su temi non attinenti il loro incarico e non esercitano il diritto di veto sugli articoli pubblicati sul sito.

Panorama: "...la sede del sito lavoce.info è in una stanzetta dell’Università Bocconi di Milano, più nota come ufficio del Professor Boeri, docente di economia del lavoro, fondatore del sito e coordinatore a tempo pieno del gruppo di 22 economisti che lo animano con i loro interventi..."

Oscar Giannino, New Politics: "...quel controcanto economico ormai affermatosi che risponde al nome de lavoce.info. Quest’ultima è la più riuscita operazione di comunicazione tecnico-scientifica dell’ultimo triennio, ma adirla tutta i meritati elogi che riscuote fallano solo su un punto: la dichiarata equidistanza dalla politica,visto che basta aprire il sito per trovare messi di scuoiature dei provvedimenti governativi, dal tono e piglio a volte non proprio accademico..."

Luca di Montezemolo, Presidente Confindustria: "Lavoce.info è una voce stimolante e provocatoria anche per Confindustria e per il suo Presidente. Buon compleanno! 1 luglio 2005."
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Non a caso, oggi i paesi a più alto tasso di crescita sono quelli che hanno saputo trovare nuove specializzazioni: per esempio, Israele, passato dagli agrumi all’high-tech. Oppure l’India diventata uno dei maggiori esportatori di software. O la Finlandia, da qualche anno un attore chiave della comunicazione wireless.

Sperimentazione e imprenditorialità:

Ma come trovare le nuove specializzazioni nel mare magnum di quelle possibili? Secondo Rodrik le parole chiave sono sperimentazione e imprenditorialità.
Vale perciò la pena riflettere su un "Progetto di sperimentazione industriale su larga scala" finalizzato alla ricerca di alcune specializzazioni nuove del nostro paese. Ciò non significa buttare via l’esistente, anzi alcune delle nuove specializzazioni nasceranno dalle competenze delle imprese o dei settori di successo (anche se un po’ di novità sarà necessaria). Né questa è la bacchetta magica che risolverà i problemi industriali dell’Italia, che deve rilanciare anche le competenze organizzative e tecnologiche delle grandi imprese, come discusso ad esempio da Giovanni Dosi e Mauro Sylos Labini. Inoltre, non bisogna confondere il Progetto con l’high-tech. L’ambizione più generale è che il Progetto rappresenti un metodo nuovo di ricerca e di lancio di nuove specializzazioni fondato sull’imprenditorialità, mirato a "stanare" una nuova generazione di imprenditori, soprattutto tra chi ha più ambizioni e idee che denaro.
D’altra parte, mentre l’Italia ha meno vantaggi come "produttore" di nuove tecnologie, ha ottime carte come loro "consumatore". Nel fare questo, può far leva su due fattori.
Il primo è che lo sviluppo di nuove applicazioni, mercati o prodotti che usano le nuove tecnologie è non solo di per sé un processo creativo, ma si basa su una creatività più consona alle competenze del nostro paese (ad esempio, design, conoscenza dei mercati, tecnologie leggere).
Il secondo è che, proprio perché molte nuove tecnologie sono oggi disponibili, e molte frontiere tecnologiche sono state aperte, i ritorni economici si stanno spostando verso le applicazioni, ovvero verso l’"invenzione" e il lancio di nuovi mercati e usi. Bisogna però essere inventivi e originali cercando opportunità nuove e facendo leva su una intensità di capitale umano più alta che in passato, perché oggi anche l’innovazione e la creatività applicativa, nonché l’uso di tecnologie alla frontiera, si fondano su un grado di qualificazione più alto. Ad esempio, siamo agli albori dell’esplosione delle tecnologie bottom of the pyramid, ovvero tecnologie (computer, cellulari, servizi via cellulari, ma anche moto, auto, o prodotti "italiani" come gli elettrodomestici) a basso costo per i grandi mercati dei paesi in via di sviluppo. Questi spazi saranno così grandi che anche una quota piccola rappresenterà una dimensione di tutto rilievo in valore assoluto.
Il Progetto andrebbe poi articolato su alcuni principi chiave: 1) distinzione tra starting fund (distribuiti quasi "a pioggia" per far partire molti progetti) e development fund (distribuiti molto più selettivamente e concentrati sui progetti che mostrano successi iniziali); 2) selezione dei progetti development basata su parametri oggettivi (brevetti; quote di vendite all’estero; accordi con partner importanti, specie se stranieri); 3) incentivi legati ad investimenti – defiscalizzazione degli investimenti di imprese maggiori o istituzioni finanziarie in nuove imprese, o abolizione per le imprese ad alta intensità di capitale umano dell’IRAP, che essendo una tassa sul personale le penalizza in modo particolare.

Le risorse:

Resta la questione delle risorse. Per quelle finanziarie, l’iniziativa del Ministro Lucio Stanca di lanciare un Fondo per l’innovazione di 100 milioni di euro va vista con favore. Siamo comunque costretti a sperare nella lungimiranza del nostro sistema finanziario, perché faccia della ricerca di nuovi imprenditori un punto chiave delle sue stesse opportunità di crescita. E per incoraggiarla non sarebbe una cattiva idea attrarre merchant bank straniere che pungolino con la loro concorrenza i nostri mercati.
Forse ben più seria della precedente, è però la questione delle risorse umane.
L’Italia ha una bassa percentuale di laureati sulla popolazione. (1) Se da un lato occorre aumentare la percentuale di laureati (un processo di medio periodo), dall’altro le importazioni di capitale umano sono ormai un fatto scontato anche negli Stati Uniti. Non solo la quota mondiale di PhD assegnati in materie scientifiche e ingegneristiche in Asia e in particolare in Cina è cresciuta relativamente a quelli assegnati negli Usa e in Europa, ma la quota di scienziati e ingegneri con PhD occupati negli Usa e nati in un paese straniero è passata da 24 per cento nel 1990 a 37 per cento nel 2004. Inoltre, 80 per cento degli indiani e 55 per cento dei cinesi entrati negli Usa dopo il 1990 ha un titolo universitario. Il fatto che gli Stati Uniti, ma anche la Gran Bretagna e la Scandinavia, assorbano l’eccesso di offerta di capitale umano prodotto dalle università indiane e cinesi è un segno di vitalità, non di debolezza: vuol dire che le loro economie domandano più idee di quanto non riescano a produrne internamente.
Anche il Progetto italiano dovrà perciò escogitare qualcosa. Molto probabilmente occorrerà incoraggiare la partecipazione al Progetto (e ai suoi incentivi) di giovani imprenditori stranieri purché realizzino le loro attività in Italia.

Per saperne di più:

Daveri, F. e Silva, O. (2004) "Not only Nokia. What Finland tells us about new economy growth", Economic Policy, April, 117-163.
Dosi, G. e Sylos Labini, M. (2005) "Scienza, tecnologia e crescita industriale, Governare Per, settembre 21, http://www.governareper.it.
Freeman, R. (2005) "Does Globalization of the Scientific/Engineering Workforce Threaten US Economic Leadership", NBER Working Paper 11457, http://www.nber.org.
Kapur, D. e J. McHale (2005) "Sojourns and Software: Internationally Mobile Human Capital and High-Tech Industry Development in India, Ireland, and Israel", in Arora, A. e Gambardella, A. (a cura di) From Underdogs to Tigers: The Rise and Growth of the Software Industry in Brazil, China, India, Ireland, and Israel, Oxford University Press, Oxford UK.
Prahalad, G. e Stuart, H. (2004) The Fortune at the Bottom of the Pyramid, Wharton School Publishing, Philadelphia
Rodrik, D. (2004) "Industrial Policy for the XXI Century", http://ksghome.harvard.edu/~drodrik/papers.html

(1) Ocse, Education at a Glance.

>> fonte originale: lavoce.info
un articolo di Alfonso Gambardella
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